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La tiroide è una delle ghiandole che lavora di più durante la gravidanza, e spesso è quella a cui si presta meno attenzione finché qualcosa non va. Eppure alterazioni anche lievi della funzione tiroidea — sia in senso di aumentata funzione che di ridotto funzionamento — possono influenzare lo sviluppo neurologico del feto, l’andamento della gestazione e il benessere della madre.

Durante la gravidanza il fabbisogno di ormoni tiroidei aumenta fisiologicamente, perché la tiroide materna deve coprire anche il fabbisogno del feto, almeno nelle prime settimane. Le donne che programmano una gravidanza dovrebbero eseguire uno screening tiroideo prima o all’inizio della gestazione, attraverso il dosaggio del TSH e degli anticorpi anti-tireoglobulina e anti-tireoperossidasi: in questo modo, grazie alle appropriate terapie, le donne con alterazioni tiroidee possono vivere la propria gravidanza con serenità.

Il caso dell’ipotiroidismo subclinico in gravidanza merita un’attenzione particolare. Trattandosi di una condizione non rilevabile clinicamente, può passare inosservata: tuttavia sembra comportare un aumentato rischio di aborto, parto prematuro e complicanze neonatali. Non solo: le donne con ipotiroidismo subclinico e anticorpi antitiroide positivi presentano, a distanza di cinque anni dalla gravidanza, una probabilità molto alta di sviluppare un ipotiroidismo clinico. Un motivo in più per non sottovalutare i valori borderline.

Anche l’ipertiroidismo in gravidanza richiede attenzione: se non trattato, può provocare ridotto accrescimento fetale, crisi tireotossiche nella madre e parto pretermine. La gestione prevede farmaci antitiroidei a dosaggi minimi, con controlli ravvicinati ogni tre-quattro settimane.

Il messaggio pratico è uno solo: se si sta programmando una gravidanza o si è nelle prime settimane di gestazione, un controllo della funzione tiroidea non è un esame in più — è uno dei controlli più utili che si possano fare.